Occh-IO / Eye-I

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" Io rivelo il segreto della tua unicità. Lo rendo splendidamente visibile perchè l'opera d'arte sei tu. "
"Occh-IO/EYE-I” progetto performativo fotografico nato al fine di cogliere e restituire in forma “amplificata”, un aspetto peculiare dell’identità, che appartiene ad ognuno: “l’occhio” con una evidenza sulla parola IO per evocare quella singolarità di cui è portatore ciascun individuo. Questo segmento del percorso creativo di Annalaura di Luggo è un vero e proprio viaggio nella sublimità, meravigliosa dell’identità umana, in quella unicità del sé che è condizione e presupposto della relazione tra individui.

E’ per questo motivo che l’esplorazione di questa “impronta”, parzialmente apparente, eppure, indelebilmente stampata nello sguardo, evoca una peculiare traiettoria di ricerca, che ha, sullo sfondo, mille domande intorno alla conoscenza di noi stessi e del mondo.

Cercare l’identità, la natura dell’altro, rovistare, in modo persino invadente, nella profondità del suo sguardo, scavare fra i segni della sua unicità, per ritrovare tracce della propria. Un viaggio difficile, aspro, che si snoda su sentieri irti e perigliosi, ma allo stesso tempo un percorso delicato, profondo, scrupoloso che parte dal cogliere un particolare, per aprire la comprensione ad un più vasto scenario, un campo libero, nel quale giocano l’osservatore e l’osservato. E dove la posta in gioco è la più alta possibile: comprendersi.

“Ogni essere umano – racconta Annalaura di Luggo – è una creatura di Dio unica e meravigliosa e racchiude in sé un mondo da esplorare. Per questo motivo ho deciso di cominciare la mia indagine dall’occhio, che, per gli antichi, era lo specchio dell’anima. L’occhio da me rappresentato diventa uno strumento di parificazione che prescinde da sesso, razza, età e posizione sociale”

IL PERCORSO

Il presupposto di questo viaggio è il desiderio di andare oltre uno sguardo superficiale. Un colloquio vis-à-vis con il protagonista, un dialogo, riguardo alle cose importanti della sua vita e della sua personalità, precede la realizzazione delle foto. L’obbiettivo è creare un’intesa intima tra la fotografa e il suo soggetto, che in un certo senso è spinto al racconto di sé.

Poi si passa all’attività di ripresa. L’obbiettivo è cogliere ciò che nell’occhio sfugge ad un’osservazione superficiale o fugace oppure non è “tecnicamente” percepibile dal semplice sguardo. Il focus si concentra sull’iride; l’occhio nel suo complesso, infatti, può essere segnato dallo stress e dal tempo, ma l’iride rimane viva e meravigliosa e custodisce intatta una mappa che è tutt’uno con la singolarità dell’individuo. Lo scatto è rigorosamente fedele all’intuizione che lo ha mosso.

È realizzato al buio per non permettere all’iride di riflettere l’ambiente circostante, riducendo al minimo la grammatica narrativa dello spazio esterno.

I più sofisticati obiettivi macro non sono sufficienti a cogliere l’elemento tridimensionale, per cui è necessario ricorrere a strumenti mutuati dall’oculistica, per riprodurre, quanto più fedelmente, la struttura dell’occhio.

Lungi dall’essere un puro esercizio di stile sui cromatismi dell’iride, l’approfondimento, mette al centro l’idea e l’immagine della profondità dell’organo, percepibile solo attraverso una resa tridimensionale. La post produzione è pressoché minima, Annalaura di Luggo non fa, banalmente, un passo indietro. La sua è la mossa del cavallo. Il tentativo di giungere a un risultato ermeneutico ad alta definizione e ad alta fedeltà, saltando gli ostacoli che si frappongono all’invenzione che sempre caratterizza il lavoro ermeneutico. Senza sfuggire, quindi, alle esigenze “creative” che richiede l’interpretazione, quale condizione ineludibile di qualunque rappresentazione.

Comunque vada, è l’occhio autentico del soggetto fotografato ad essere protagonista, disvelando tutte le sue incrinature e asperità, emergenze e depressioni, cromie e particolarità, vuoti e pieni. La vita, in fondo, è questa sintesi, mai perfettamente compiuta, fra presenza e assenza, differenza e ripetizione, perennità e impermanenza, equilibrio e divenire, che si alimentano in modo incessante.

Il lavoro di Annalaura di Luggo vuole essere la celebrazione della vita intesa nella sua essenziale “complessità”. È un modo possibile per riportare il valore dell’uomo, la sua identità, il suo significato, i suoi diritti, al centro del dibattito; anche della discussione sull’arte e per l’arte.

“L’attenzione rivolta all’occhio – dice Annalaura di Luggo – è emblematica di un complessivo interesse per la vita dell’altro, per il significato universale che esprime, ma anche per il senso che egli vi attribuisce, in modo da svilupparne la possibile comprensione e costruire in tal modo le condizioni per accoglierlo. Ed è anche un modo per ricordare quanto può essere utile guardare la gente negli occhi, cosa alla quale troppe volte, molti, tendono a sfuggire”.